23/08/2010 915 Reggio Calabria T.A.R. per la Calabria

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Autorità:-- T.A.R. per la Calabria

Data:-- 23/08/2010 -------------- Numero: -- 915 -------------- Sede: -------------- La D.I.A. non ha natura provvedimentale implicita, trattandosi al contrario di un atto del privato

Relatore:-- Giuseppe Caruso ------------------------ -------------- Presidente: -------------- Ettore Leotta

Premassima:

La D.I.A. non ha natura provvedimentale implicita, trattandosi al contrario di un atto del privato



Massima:
  • La D.I.A. non ha natura provvedimentale implicita, trattandosi al contrario di un atto del privato, come tale non immediatamente impugnabile innanzi al T.A.R. L’azione a tutela del terzo che si ritenga leso dall’attività svolta sulla base della D.I.A. non è, quindi, l’azione di annullamento, ma l’azione di accertamento dell’inesistenza dei presupposti della D.I.A. Tale azione (che sebbene non espressamente prevista trova il suo fondamento nel principio dell’effettività della tutela giurisdizionale sancito dall’art. 24 della Costituzione) va proposta innanzi al giudice amministrativo, in sede di giurisdizione esclusiva ex art. 34 del D.Lg.vo n. 80/1998, nei confronti del soggetto pubblico che ha il compito di vigilare sulla D.I.A. (verso il quale si produrranno poi gli effetti conformativi derivanti dall’eventuale sentenza di accoglimento), in contraddittorio con il denunciante, che assume la veste di soggetto controinteressato (perché l’eventuale accoglimento della domanda di accertamento andrebbe ad incidere negativamente sulla sua sfera giuridica).
  • La sentenza che accerta l’inesistenza dei presupposti della D.I.A. ha effetti conformativi nei confronti dell’amministrazione, in quanto le impone di porre rimedio alla situazione nel frattempo venutasi a creare sulla base della D.I.A., segnatamente di ordinare l’interruzione dell’attività e l’eventuale riduzione in pristino di quanto nel frattempo realizzato. Detto potere, in quanto volto a dare esecuzione al comando implicitamente contenuto nella sentenza di accertamento, deve essere esercitato a prescindere sia dalla scadenza del termine perentorio previsto dall’art. 19 l. 241/1990, per l’adozione dei provvedimenti inibitori – repressivi, sia dalla sussistenza dei presupposti dell’autotutela decisoria richiamati sempre dall’art. 19, cit. Non si tratta, invero, né di un potere di autotutela propriamente inteso (e, quindi, non richiede alcuna valutazione sull’esistenza di un interesse pubblico attuale e concreto prevalente sull’interesse del privato), né del potere inibitorio tipizzato dall’art. 19 della legge n. 241/1990 (per il quale è previsto il termine perentorio). Si tratta, al contrario, di un potere che ha diversa natura e che trova il suo fondamento nell’effetto conformativo del giudicato amministrativo, da cui discende, appunto, il dovere per l’amministrazione di determinarsi tenendo conto delle prescrizioni impartite dal giudice nella motivazione della sentenza (v., in termini, C.S. n. 2139/2010).
  • Per la realizzazione di due vani in struttura metallica leggera sul lastrico solare dell’edificio esistente, destinati a giardino d’inverno e locale tecnico (per il posizionamento di un lavabo e di un’autoclave) non hanno natura pertinenziale e sono volte a soddisfare esigenze non transitorie, sicché abbisognano di permesso di costruire. Al riguardo, la giurisprudenza è costante in tal senso, anche per semplici tettoie, ritenendo che gli interventi consistenti nella installazione di tettoie o di altre strutture, che siano comunque apposte a parti di preesistenti edifici come strutture accessorie di protezione o di riparo di spazi liberi, cioè non compresi entro coperture volumetriche previste in un progetto assentito, possono ritenersi sottratti al regime del permesso di costruire soltanto ove la loro conformazione e le loro ridotte dimensioni rendono evidente e riconoscibile la loro finalità di arredo o di riparo e protezione (anche da agenti atmosferici) dell’immobile cui accedono. Tali strutture non possono viceversa ritenersi installabili senza permesso di costruire allorquando le loro dimensioni sono di entità tale da arrecare una visibile alterazione all’edificio o alle parti dello stesso su cui vengono inserite; quando cioè per la loro consistenza dimensionale non possono più ritenersi assorbite, ovvero ricomprese in ragione della accessorietà, nell’edificio principale o della parte dello stesso cui accedono. (v., per tutte, T.A.R. Campania, II, 29 gennaio 2009, n. 492, Id., 6 novembre 2008, n. 19292; C.S., V, 28 marzo 2008, n. 3323).


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