11/03/2005 1023 Roma Consiglio di Stato

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Autorità:-- Consiglio di Stato

Data:-- 11/03/2005 -------------- Numero: -- 1023 -------------- Sede: -------------- Roma

Relatore:-- Carlotti ------------------------ -------------- Presidente: -------------- Iannotta

Premassima:

Massima:
  • Il rapporto che lega una concessione alla successiva variante si atteggia in maniera differenziata a seconda del concreto contenuto precettivo dell’assenso rilasciato in epoca posteriore, di guisa che non sempre all’annullamento di quello originario consegue di necessità l’insanabile invalidità derivata del secondo.
  • All’epoca dei fatti di causa (1992 – 1994) era dato distinguere, nell’ambito del vasto genere delle varianti, ben tre sottotipi, diversamente denominati in dottrina e, del pari, soggetti a differenziate discipline positive.
    1) la variante c.d. “non essenziale” (o “propria”), di regola finalizzata ad apportare modeste correzioni ad un primitivo progetto approvato dall’autorità amministrativa, onde adeguarlo a sopravvenienze, di tipo materiale o giuridico, in precedenza non conosciute. In questa ipotesi intercorreva tra i due titoli edilizi un rapporto di continuità tale che il secondo assenso doveva considerarsi un mero sviluppo del progetto già assentito, coerente con la primigenia impostazione dell’intervento.
    2) La variante cosiddetta “in corso d’opera”, funzionalmente analoga a quella non essenziale, la cui precipua caratteristica era tuttavia quella di intervenire a lavori già eseguiti (e, dunque, si trattava propriamente di un’approvazione ex post), quantunque in parziale difformità dall’assenso ottenuto (a condizione che le modifiche, comunque di lieve entità, non avessero riguardato la sagoma, le superfici o la destinazione d’uso dell’immobile), ma pur sempre rispettando la normativa urbanistica vigente.
    3) Vi era infine la variante c.d. “impropria” (o “essenziale” o “pesante”) che, a differenza delle prime due, aveva ad oggetto interventi edilizi del tutto incompatibili con l’impianto in precedenza autorizzato e che, dunque, si atteggiava a titolo edilizio del tutto nuovo ed autonomo, assimilabile ad una nuova concessione.
    In forza dell’annullamento della prima concessione sortiva sicuramente l’effetto della caducazione delle varianti “leggere” (ossia, quella non essenziale e quella in corso d’opera), poiché prive di una loro autonomia dispositiva, non altrettanto si verificava, di converso, nel caso della variante essenziale, laddove l’entità qualitativa e quantitativa delle modifiche apportate al primitivo assenso, segnava indubbiamente una cesura nel rapporto di continuità tra i titoli edilizi succedutisi nel tempo. In questa seconda ipotesi, pertanto, il giudicante era tenuto a verificare, di volta in volta, se e come l’invalidazione dell’iniziale concessione interferisse sulla legittimità delle varianti, assentite in esito a procedimenti consecutivi. Prendendo a prestito una terminologia propria della teoria degli insiemi, può allora dirsi che, in questo caso, il giudice doveva individuare, mediante un attento accertamento in fatto, quale fosse l’esatto perimetro dell’area d’intersezione tra i due (o i plurimi) assensi edilizi, giacché per gli elementi costruttivi in essa ricompresi – al pari di quelli riferibili alle sole varianti – evidentemente perdurava l’effetto autorizzatorio anche dopo l’annullamento della prima concessione.


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